Relazionalità, saperi digitali e capacità di comunicazione: i nuovi spazi professionali 25 Dicembre 2006
Posted by vpiersanti in comunicazione, professioni, relazionalità, saperi e competenze.trackback
di Valentina Piersanti – Fondazione Censis
A cambiare non sono solo le regole e le modalità di entrata, permanenza e uscita dal mercato del lavoro: si trasformano radicalmente gli spazi di costruzione delle identità professionali, si modificano le competenze richieste, la mobilità, le forme di apprendimento e l’atteggiamento mentale e emotivo verso il lavoro.
Tra i principali propulsori di tale trasformazione: l’high tech e l’high tach. Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, da un lato, e nuove modalità di relazione dall’altro. Due fattori dal cui intreccio si generano nuovi spazi professionali e si modificano i contenuti stessi di molti lavori della old e della new economy.
Un primo importante segnale di cambiamento ci viene dalla modalità di ricerca del lavoro che da sempre, perlomeno in Italia, ha visto il prevalere di mezzi informali, quali il passaparola e l’intermediazione di parenti e amici, piuttosto che gli strumenti di intermediazione istituzionale o privata. Ora i canali informali trovano in Rete un nuovo spazio che digitalizza l’importanza delle reti di conoscenza nell’efficacia della ricerca del lavoro.
La prima e più importante esperienza mondiale che è andata in questa direzione si chiama Linkedin, una community di professionisti che conta circa 570.000 iscritti nei 5 continenti, tra cui ben 13mila italiani. Un esperimento di social network per ricerche di personale, proposte di lavoro e progetti senz’altro ben riuscito; nato dalla teoria dei “six deegres” secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze che non necessita di più di 5 intermediari. Da ciò l’idea di creare una comunità in cui ciascun membro può inserire il proprio profilo personale e esercitare la propria “relazionalità professionale”.
Vale a dire che chi entra a far parte di Linkedin, o di comunità simili, iscrivendosi gratuitamente o rispondendo all’invito di qualcuno può, in primo luogo, creare e rendere visibile il proprio profilo professionale. Una volta fatto questo è necessario costruire la propria rete di contatti scegliendo di invitare propri clienti, fornitori e amici o contattando all’interno della comunità possibili collaboratori e committenti o persone con interessi, competenze e esperienze di lavoro similari.
Oltre a creare la propria rete personale è anche possibile ricercare all’interno del data base persone, società o servizi, ma soprattutto lavoro, specificando ambiti d’interesse, zona, competenze o facendo una ricerca puntuale sul nome della persona o dell’organizzazione da contattare. A ciò si aggiunge l’aspetto forse più innovativo e determinante delle comunità di questo tipo, ossia la possibilità di valutare i risultati ottenuti dalla consultazione del motore di ricerca in base alla relazione, alle referenze e alla reputazione.
Il meccanismo è piuttosto semplice e consiste nella possibilità del sistema di tracciare e visualizzare fino a tre livelli di relazione: il primo livello sono i contatti diretti, il secondo i contatti dei propri contatti e così via. Questo rende possibile scoprire relazioni che prima non si conoscevano e, se necessario, raggiungerle usando come intermediarie le proprie conoscenze dirette. I contatti di secondo e terzo livello, infatti, attivano relazioni basate su reputazione e fiducia, perché per contattarne uno si ha bisogno di un sostegno da parte del contatto di primo livello che fa da legame tra se e il proprio obiettivo.
Tutto sommato nulla di molto diverso da quanto succede nelle reti reali, tranne il fatto – non certo da poco – che non ci sono confini geografici alla rete di conoscenze, che l’informazione è più facilmente raggiungibile e chiaramente codificata e che i nodi raggiungibili sono potenzialmente illimitati.
Allo stesso tempo, relazionalità e nuove tecnologie vanno via via modificando l’organizzazione stessa del lavoro, seguendo un percorso che è partito dal mondo Ict per contaminare pian piano il mondo della produzione culturale e intangibile e passare, infine, ai settori tradizionali.
Un sempre crescente numero di aziende e organizzazioni sta infatti vivendo in questi anni il passaggio dal modello organizzativo chiuso e gerarchico a un modello modello bottom-up ampiamente decentralizzato in cui l’ideazione è aperta a tutti, le idee sono messe in comune per essere testate, modificate e perfezionate dagli altri. Questo passaggio va ad impattare tanto sul modo di apprendere le competenze, quanto sulla produzione stessa di beni e servizi sovvertendo, in molti casi, le modalità di interazione tra produttori e fruitori. L’utente/consumatore diviene parte attiva e co-sviluppatore delle soluzioni di cui deve usufruire e il lavoratore/produttore costruisce la propria professionalità attraverso le relazioni e trasforma la propria capacità relazionale in valore economico.
Un terzo importante cambiamento del mercato del lavoro si evince poi dall’osservazione delle professioni emergenti che ruotano intorno ai settori della cultura, del tempo libero, dell”ambiente, dell”educazione e dell”information and communication technology. Quei settori cioè che, oltre ad essere terreno fertile per la nascita di nuove professionalità , mostrano buoni incrementi in termini di occupazione e che, secondo le principali indagini di previsione sul tema, sono destinati a crescere nel prossimo futuro.
C’è il media educator, figura esperta nei mass media che si occupa di orientare ed educare ad un uso corretto e critico dei media in ambito scolastico, extrascolastico o aziendale; il mediatore culturale che interviene nei conflitti, simbolici o concreti, che si verificano nell’impatto fra soggetti migranti e strutture organizzative dei paesi di accoglienza; l’arteterapeuta che lavora individualmente e con gruppi attraverso diverse discipline artistiche: teatro, danza, musica, arti plastiche e pittoriche; il net clipper che naviga alla ricerca del “che cosa si dice” di un’azienda o di un marchio al fine di ottenere una mappa di come e dove appaiono in Rete i riferimenti delle aziende che hanno richiesto il servizio; il cool hunter, cacciatore di tendenze, di tutto ciò che è cool, dal look di tendenza, al trend notturno, agli spettacoli più in voga, il cool hunter deve essere in grado di captare tutto quello che di nuovo e spontaneo emerge dalla quotidianità fiutando i cambiamenti di stile e dei consumi; il brand manager che imposta politiche di marketing in grado di trasformare un marchio da prodotto a sistema di valori, visione, stile di vita, look o tendenza; il mobility manager, un professionista che studia gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti, mettendo a punto strategie utili per ridurre l’uso dell’auto privata a favore di mezzi pubblici, navette aziendali, scooter elettrici e biciclette; il concept designer, colui che definisce, insieme al cliente, gli obiettivi e le strategie di comunicazione e di marketing occupandosi di garantire la coerenza rispetto alle strategie fissate; e ancora: l’exibition director, il location manager, il manager del turismo e dello spettacolo e molte altre figure.
Professioni e professionalità estremamente differenti tra loro ma che condividono la necessità di porsi costantemente in relazione con gli altri e di farlo attraverso l’uso di nuove tecnologie di rete e dei nuovi media. Tutti i lavori sopraelencati riguardano infatti, sempre e comunque, occupazioni rivolte a territori e comunità di individui che cercano risposte ai loro bisogni e ai loro desideri.
Molte similitudini si trovano anche nelle competenze che vengono richieste a tutti i nuovi professionisti. In primo luogo una conoscenza generale dei processi culturali caratteristici della società dell’informazione unitamente ai quadri interpretativi che consentono di leggerne lo sviluppo e le relazioni interne. Allo stesso tempo, nella formazione dei nuovi lavoratori relazionali uno spazio centrale è riservato alla comunicazione nelle sue diverse forme: ai linguaggi dei media e alle loro applicazioni, alla gestione dell’informazione, all’uso consapevole delle nuove tecnologie. Ed infine gli viene chiesto di acquisire profonde capacità relazionali, di facilitazione, di gestione del conflitto, del proprio lavoro, del proprio continuo apprendimento.
Essere lavoratori relazionali e ad alta tecnologia sembrerebbe voler dire essere capaci di trovare lavoro usando la propria rete di contatti, di attivare strategie di crescita professionale orizzontale, ma soprattutto di fare propria l’attitudine al cambiamento: cambiamento di committenti, di competenze specifiche, di luogo di lavoro, di tempi di lavoro e, certamente, anche di contratto. Senza dubbio qualcosa di molto diverso dal “lavoro che c’era”.
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